"Mare di Bering" di Tullio Avoledo
"Mare di Bering"
EINAUDI
Nel "fantastico" mondo letterario di Tullio Avoledo
Parlare di mondi
diversi, sconfinando spesso nel surreale e nell'impossibile, non nella convinzione
che il romanzo debba essere evasione nel fantastico: tutto al contrario, questo
gioco consapevole è lo strumento che consente di osservare, con quello
scarto di prospettiva capace di rendere più ironico lo sguardo, la realtà
di tutti i giorni.
E' questo il segreto della scrittura di Tullio Avoledo, l'autore-rivelazione
che con "L'elenco telefonico di Atlantide" (Sironi e poi Einaudi)
ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e critica, ora bissato da
"Mare di Bering", di cui lo stesso Avoledo ha parlato ai molti veronesi
intervenuti all'incontro che si è tenuto alla Fnac, organizzato da
Scheria, il gruppo scaligero nato quest'anno che organizza corsi di scrittura
creativa e incontri con l'autore.
"Per me la scrittura ha rappresentato un approdo necessario, nel senso
che è lo spazio nel quale posso divertirmi a "smontare" la
realtà, a metterne in luce alcuni aspetti paradossali e stralunati, che
però nel tran tran di tutti i giorni ci capita di non notare nemmeno
più", ha spiegato Avoledo. "Per questo i miei lavori sembrano
parlare di mondi fantastici, che poco hanno a che vedere con la nostra quotidianità:
perché questo è un artificio che mi consente di prendere le distanze
dal reale e di rileggerlo in chiave ironica".
Insomma la "formula" di Avoledo è un po' quella ariostesca,
come ha del resto suggerito lui stesso: tutto è "degno" di
entrare nel mondo della letteratura, non c'è azione o oggetto che non
sia "letterario", perché il senso della scrittura sta proprio
nel mettere in luce quelle bizzarrie degli uomini che dovrebbero andare sulla
luna a recuperare il loro senno.
"Credo che proprio questo sia l'elemento comune ai miei libri", ha
aggiunto Avoledo. "Che sta all'origine anche del mio terzo romanzo, in
uscita a gennaio: la scelta di uno sguardo laterale, di una prospettiva sfalsata
come chiave interpretativa della realtà. Perché, lo confesso,
se scrivere non mi divertisse, non lo farei. Io sono un legale di banca, lavoro
gravoso che mi impegna dalle otto del mattino alle sette di sera: mi ritaglio
il tempo per mettermi davanti al computer mezzora prima di cena e un paio d'ore
dopo. Se non mi divertissi a scrivere, chi me lo farebbe fare?".
E sta probabilmente anche in questa scelta consapevole di una scrittura che
diverte (che diverte chi scrive, inchiodandolo alla sedia del computer fino
a tarda notte, ma che evidentemente, forse per empatia, che contagia anche il
lettore, inchiodandolo alla sia pure più comoda poltrona del divano fino
all'ultima pagina) il segreto del successo di Avoledo. Con quel di più
che è il gusto, forse più anglosassone che italiano, per la battuta
spiazzante e fulminante, che squarcia magari anche inquietanti bagliori sul
non-senso dell'esistenza, ma senza per questo interrompere il ritmo serrato
della narrazione. Il che rende per altro quei bagliori ancora più sinistri.
Alessandra Galetto - L'Arena - 02.12.04